L’abbiamo incontrato a Napoli con le sue macchine fotografiche appese al collo. C’era il convegno di federMobilità e lui doveva “fare” le persone. Quelle che parlavano al podio e quelle che chiacchieravano tra di loro.
È Pasquale Mallardo, fotografo di mestiere e per passione. Fotografa tutto ma qualche passione negli anni l’ha coltivata. Ed i treni, con le stazioni e i binari, sono entrati nella sua vita grazie al padre, pittore amatore e ferroviere per professione. Con lui Pasquale ha girato gli impianti di mezza Italia per ritornare a Napoli, in una stazione dove Pasquale si trova a casa. Mobility ha cominciato a pubblicare isuoiscatti, uno a settimana. Lo ringraziamo per la sua disponibilità e l’abbiamo intervistato. Treni, stazioni, persone e personaggi che ci lavorano e che semplicemente viaggiano. Mi sembra un po’ più che un semplice impegno professionale…
Sì, decisamente. Il lavoro è stato solo il punto di partenza. Poi è diventata una specie di ossessione buona: osservare i movimenti, le attese, gli sguardi. Le stazioni sono luoghi sospesi, dove le persone non sono mai del tutto ferme né completamente in movimento. È lì che succede qualcosa di interessante, anche quando apparentemente non succede nulla.
Scorrendo il tuo account Instagram colpisce la tua assoluta predilezione per il bianco e nero…
Il bianco e nero per me è una forma di sintesi. Toglie il superfluo e lascia quello che conta davvero: luce, composizione, emozione. Non è nostalgia, come spesso si pensa, ma un modo per rendere le immagini più essenziali e, in un certo senso, più oneste.
E nel bianco e nero vediamo molte immagini notturne, di treni che rientrano al deposito, oppure di cabine di guida fotografate di notte. Il notturno sembra che ti attragga molto…
La notte cambia tutto. Le luci diventano protagoniste, i rumori si abbassano, e anche i luoghi più caotici assumono un’altra identità. Nei depositi o nelle cabine c’è una dimensione quasi intima, come se i mezzi stessi respirassero. Fotografare di notte significa entrare in quella dimensione senza disturbare troppo.
Ti ho visto fotografare anche con il cellulare. Ma quali sono le macchine fotografiche a cui non rinunceresti mai?
Il cellulare è uno strumento utilissimo, soprattutto per la rapidità. Però non rinuncerei mai a una buona macchina fotografica “vera” , soprattutto quando voglio controllo totale e qualità. Più che il modello specifico, conta il rapporto che si crea con lo strumento: deve essere immediato, quasi invisibile, così da permetterti di concentrartisolo su quello che hai davanti.
Noi che seguiamo molto spesso convegni ci rendiamo conto di quanto sia difficile non banalizzare le immagini di persone sedute ad un tavolo o alle solite “tavole rotonde” – che rotonde non sono mai – magari con la bottiglia di acqua minerale che impala il viso, o quando stanno ad un podio. Anche in questo caso riesci sempre a cavartela egregiamente?
Non sempre, sarebbe troppo facile dirlo. Però cerco sempre di spostare lo sguardo: evitare la foto “istituzionale” e cercare invece un dettaglio, un gesto, un’espressione che racconti qualcosa di più umano. Anche in contesti molto rigidi c’è sempre un momento in cui le persone si dimenticano di essere osservate. È lì che bisogna essere pronti.
E poi c’è Napoli, con le sue aziende di trasporto, i suoi tre-ni, le sue stazioni dell’Arte, le sue strade ed i vicoli. Si capisce che lì tisenti a casa…
Napoli è casa, sì, ma è anche una fonte continua distimoli. È una città che non puoi mai dare per scontata: cambia luce, cambia ritmo, cambia umore in continuazione. Fotografarla significa accettare questa complessità e provare, ogni volta, a restituirne almeno un frammento. Anche dopo tanti anni, riesce ancora a sorprendermi.
(Fonte:Mobility Magazine 521 – Apr 28, 2026

